Astronavi biologiche

In ufologia si iniziò a parlare di astronavi biologiche con il colonnello Philip Corso, che come tutti sanno (o dovrebbero) lavorò dal 1960 al ’62 ad un progetto segreto del Pentagono proteso a ottenere dei progressi tecnologici consistenti grazie all’analisi di alcune apparecchiature trovate a bordo del velivolo alieno caduto a Roswell, New Mexico, nel 1947. A detta di Corso, le misteriose creature che guidavano la navetta erano EBE, Entità Biologiche Extraterrestri, una sorta di robot biologici (formati cioè non da parti meccaniche ma grazie a un’avanzata ingegneria genetica) programmati per resistere alle condizioni estreme dei viaggi spaziali e a saper guidare un’astronave grazie a una particolare interfaccia neurale di cui erano dotati, grazie alla quale erano in grado di connettersi con l’astronave quasi ne fossero una parte integrante. Questo tipo di affermazioni da parte di Corso, più che altre, lasciarono interdetti e un po’ scettici molti ricercatori che da anni si interessavano al fenomeno. Era difficile per tutti immaginare un concetto come un velivolo parzialmente biologico, e un pilota parzialmente tecnologico. Il nostro stesso concetto di democrazia si basa sul fatto che esistono cose e persone, entità biologiche con diritti e strumenti, mezzi, cose che non ne hanno. Anche se di recente diversi ricercatori hanno scoperto che persino le piante hanno un loro modo di ragionare, e che una forma di coscienza o consapevolezza è rinvenibile fino negli insetti o addirittura negli organismi cellulari, per gli esseri umani il concetto di una macchina biologica rimane comunque un assioma quasi inconcepibile, se non addirittura una contraddizione in termini.
Negli anni, altri hanno parlato di eventi che avrebbero riguardato interazioni con entità di altri mondi, e delle loro tecnologie. Il contattista messicano Carlos Dìaz, ad esempio, che dal 1981 avrebbe avuto dei contatti con esseri di altri mondi, è diventato famoso per le sue foto che ritraggono velivoli discoidali luminescenti, che lui definisce “Ships of Light”, astronavi di luce. Nel corso delle sue interviste, ha dichiarato spesso che a quanto gli è stato spiegato, quelle astronavi dai colori caldi erano in realtà degli organismi viventi.
Anche Bob Lazar, lo scienziato che sostiene di aver lavorato nella famigerata Area 51, ha parlato a suo tempo di alcune caratteristiche tecniche dei dischi volanti tenuti nella base militare USA. Stando a Lazar, ad esempio, internamente il pavimento dei dischi era formato da una sostanza spugnosa e gommosa, violacea, che diventava tesa e compatta quando si accendevano i motori a curvatura. Apparentemente, il pavimento sembrava formato da una sorta di pelle, ed era caldo e lievemente umido al tatto. Anche lo sportello di accesso del disco su cui lavorò Lazar era caratterizzato da proprietà sconcertanti: si apriva grazie a una sorta di telecomando a distanza, ma una volta richiuso, lo sportello non era più visibile, appariva in effetti alla vista una parete liscia e continua di metallo, anch’esso caldo. Nella descrizione di Lazar, era come se se gli atomi del metallo si fondessero tra di loro, come una ferita che si richiude. Anche questa caratteristica avvicinerebbe il concetto delle astronavi di origine aliena più a una sorta di essere organico che a una semplice macchina.
Un altro ricercatore ben noto ai lettori più attenti, lo scomparso William Hamilton, ex pilota USAF ed esperto di sistemi informatici, fece a suo tempo delle interessanti affermazioni sulla reale natura degli UFO: “Nel corso delle mie ricerche ho scoperto un certo numero di elementi alla base della tecnologia UFO. Mi riferisco ad Orfeo Angelucci, che ho avuto modo di conoscere, il quale dichiarava di aver avuto esperienze di contatto, negli anni dal 1953 al 1955 e raccontava che i dischi volanti che aveva visto e gli esseri che aveva incontrato, provenivano da un’altra dimensione temporale. E gli oggetti non erano costruiti come noi costruiamo gli aerei oppure le automobili, no, gli oggetti crescevano, come fa un cristallo… tutti i sistemi di cui necessitavano crescevano internamente, proprio come nel sistema del corpo umano, o di un fiore. Gli UFO vivono attraverso un processo organico.”
Alcune notizie sulle EBE vennero a suo tempo divulgate dal dottor Dan Burisch nella seconda metà del 2002, in particolare in merito agli studi da lui condotti su un presunto extraterrestre nell’Area 51 a partire dal 1986. Burisch, che è un microbiologo, venne condotto in un laboratorio sotterraneo, dove studiò la biologia dell’essere alieno definito J-Rod, apparentemente un classico grigio. Dato che apparentemente J-Rod soffriva di una degenerazione dei tessuti nervosi, a Burisch fu chiesto di prelevare del tessuto dal braccio dell’essere per effettuare degli esami medici. A detta del microbiologo, c’era una profonda interconnessione biologica tra la creatura e la tecnologia dell’astronave. J-Rod in qualche modo era stato programmato geneticamente per fungere da interfaccia biofisico con l’astronave, tramite innesti nelle mani e la testa. Questo tipo di EBE possedevano sulle mani una sorta di cuscinetti dove sono presenti nervi scoperti protetti da varie glicoproteine che vengono selettivamente spinte all’esterno o all’interno con l’azione dei capillari, quasi come se una guaina viscosa permettesse a J-Rod di avere un interfaccia diretto con la nave. Stando a Burish, la biologia di quel tipo di creature era molto complessa ma anche estremamente compromessa, anche da alcune schede mediche riservate giunte in suo possesso sembrava che essi fossero affetti da diverse patologie virali. È possibile che in qualche maniera la struttura genetica delle EBE, studiata appositamente per coincidere e funzionare in parallelo con delle strutture biotecnologiche delle astronavi, fossero particolarmente delicate, tanto che a contatto con alcuni elementi inquinanti del nostro pianeta potesse danneggiarsi o infettarsi.
Il ricercatore americano Derrel Sims da anni compie attenti esami sugli impianti metallici estratti agli addotti. Questi oggetti risultano nascosti, o meglio “avvolti” in una specie di bozzolo biologico che non evidenzia alcuna reazione infiammatoria, né cronica né acuta. Qualcosa che i patologi non credevano possibile, eppure sono stati proprio i rapporti patologici a confermarlo. “Ecco cosa si constata”, afferma Sims: “Nessun punto d’entrata, nessuna lesione e nessuna cognizione da parte delle persone in questione di come gli oggetti si trovino dentro il loro corpo, a parte la consapevolezza di una qualche manifestazione aliena, suffragata dalla testimonianza di altre persone presenti agli eventi. Nessuna reazione infiammatoria a corpi estranei che certi segni visibili comprovano essere stati innestati anche 40 anni prima. Incredibile”.
È possibile che la perizia che dimostrano gli alieni nel far coesistere impianti tecnologici all’interno di corpi biologici umani evitando ogni tipo di rigetto derivi dalla loro lunga esperienza nel campo della medicina e dell’ingegneria genetica tesa a creare entità biotecnologiche, astronauti umanoidi ibridi? E i bozzoli biologici di cui parla Bonvin, potrebbero essere dei tessuti creati in laboratorio per facilitare la coesistenza di impianti tecnologici installati in entità biologiche programmate geneticamente per vivere nello spazio?
fonte: www.strangedays.it

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